Il 21 marzo, dopo un primo rinvio, avremmo voluto comunque festeggiare un carnevale autogestito ma purtroppo non sappiamo ancora quando potremo riunirci nelle pubbliche strade.

Il nostro voleva essere un carnevale scherzoso dove, in un mondo divorato dal profitto e della continua speculazione sulle paure, ribaltare la normalità delle cose e trovare una espressione libera e liberatoria. I carri, i costumi, è tutto pronto, come pronto è stato lo scherzo - e questo per niente esilarante - che la pandemia ha giocato alle vite di tutti.

In una escalation di misure estreme, ci ritroviamo rinchiusi in casa – per chi una casa ce l'ha - aspettando che passi il momento peggiore. Per evitare che il contagio diventi ingestibile, sindaci e governatori si spendono sui social ammonendo i cittadini perchè è ormai assodato: il problema siamo noi. L'insistenza sulla figura dell'italiano “che esce di casa inutilmente” ha di certo un fondo di verità: esistono persone, e sono tante, in grado di ignorare qualunque esigenza collettiva pur di soddisfare i propri bisogni, anche i più futili. Per esempio uno degli incaricati a risolvere l'emergenza COVID19 in Lombardia, Guido Bertolaso, sfruttava il personale della protezione civile - di cui fu capo fino allo scandalo del G8 alla Maddalena, nel 2010 – perchè potesse soddisfare il suo urgente bisogno di fare sesso, dal comprargli i preservativi ad andarlo a prendere al centro massaggi.

É vero, anche se passati in sordina, molti esperti lo confermano: il problema siamo noi esseri umani. Le strade stranamente deserte nel giro di pochissimo tempo hanno permesso alla natura di tirare un sospiro di sollievo che non ha precedenti negli ultimi 50 anni. Lo sfruttamento inarrestabile di qualunque risorsa naturale renderà per noi questo pianeta sempre meno ospitale. Virus sconosciuti circoleranno sempre più spesso, falcidiando una popolazione sempre più debole fiaccata dall'inquinamento, alimentata con cibo che non nutre e curata con troppi farmaci.

Chi ci salverà da noi stessi? La retorica degli eroi è utilizzata in ogni momento d'emergenza. Eroi che altro non sono che persone sacrificabili. Portati al limite nelle condizioni di lavoro, equipaggiamento, retribuzione e mitizzati pubblicamente un attimo prima di condannarli a diventare carne da contagio. Sfruttati anche dopo la morte con nomi e foto da mettere in prima pagina dove invece dovrebbero stare i nomi dei responsabili del collasso del servizio pubblico.

Oggi ci ritroviamo soli o con i nostri cari ma privati di tutto: servizi pubblici, commerciali, tessuto sociale.. E forse ci stiamo rendendo conto di quanto li abbiamo dati per scontati e quanto ne siamo dipendenti. Impegnati nella routine lavorativa, abbiamo delegato a qualcun'altro la risoluzione di necessità e problemi. Scopriamo che non siamo in grado di sopperire ai nostri bisogni, anche i più semplici e fingiamo una collettività che non esiste. Una collettività fittizia che “unisce” grazie alla tecnologia ma statistiche e conteggi sono ovunque indecifrabili o mendaci perchè mai contestualizzati, i social veicolano tante testimonianze ma anche tanti sfoghi di frustrazione ed odio oltre a messaggi pilotati da chi vuole approfittare della situazione estrema economicamente e politicamente.

Alcuni aspettano che tutto ritorni alla normalità, intonando l'inno nazionale al balcone di casa. Altri aderiscono a questa politica di terrore e sospetto creata per portarci al vero isolamento, il peggiore: quello della delazione e della vessazione, dove le persone non sono più persone ma potenziali portatori del contagio da sorvegliare 24/24, guardare con sospetto e denunciare alle autorità al primo passo falso. Ma se è vero che, finita questa pandemia, niente sarà più come prima iniziamo a riflettere da subito su ciò che sta accadendo e su come davvero vogliamo il futuro.

Guardiamoci intorno, ascoltiamo voci diverse e cerchiamo una maniera per collaborare. Se usciamo dalla comunicazione di massa possiamo scoprire che in ogni città le persone hanno trovato una maniera di ri-organizzarsi nonostante i divieti e le restrizioni. A Torino la voce libera di Radio Blackout, ogni giorno racconta di queste esperienze e apre i microfoni alla gente. L'emergenza è ancora lunga e non bisogna dimenticarsi neanche un momento di rispettare chi sta lottando per la vita ma non per questo ci si deve arrendere all'isolamento o condannare gli altri ad essere isolati.

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